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Le buche finali più famose: la 18 che decide tutto

Il peso del 18

Nessuna buca in un campo da golf porta su di sé un peso drammatico come la diciottesima. È l'ultima possibilità di recuperare, il momento in cui i leader difendono, gli inseguitori attaccano, e la folla che si stringe attorno al green amplifica ogni battito di cuore. Le grandi buche finali di campionato non sono solo ben progettate architettonicamente: sono teatri, arene dove la storia del golf viene scritta un colpo alla volta.

I grandi architetti lo sapevano. Alister MacKenzie, Robert Trent Jones, Pete Dye, Tom Simpson e i progettisti dei links originali costruivano la diciottesima come momento culminante del percorso, con un green posizionato vicino al clubhouse e abbastanza visibile da permettere agli spettatori di raccogliersi in numeri grandi. Oggi, con le telecamere e i milioni di spettatori televisivi, questa funzione drammatica è ancora più centrale.

La 18 di St Andrews: il teatro più antico

Il diciottesimo buco dell'Old Course di St Andrews è probabilmente il green finale più famoso al mondo. Par-4 di circa 355 metri, si apre dopo il fairway largo davanti alla leggendaria Valley of Sin — una depressione del terreno al centro del green che ha inghiottito putt "certi" e ha salvato approcci errati in egual misura.

Il Road Hole Bunker è a sinistra, il Swilcan Burn attraversa il fairway a non più di cento metri dal tee — irrilevante per i professionisti, trappola psicologica per i dilettanti — e il Swilcan Bridge a due archi è il simbolo più fotografato del golf mondiale. Arnold Palmer ha attraversato quel ponte per l'ultima volta all'Open Championship del 2000 sotto un'ovazione del pubblico che molti presenti hanno descritto come il momento più emozionante che avessero vissuto su un campo. Tom Watson ha vinto qui cinque Open Championship; Nick Faldo ha costruito il suo dominio degli anni Novanta su questo percorso.

Augusta National: la 18 della Masters

La diciottesima di Augusta National — par-4 di circa 445 metri, soprannominata "Holly" per la specie di albero che la fiancheggia — è l'apoteosi dell'architettura di MacKenzie e Bobby Jones: un dogleg a sinistra con un fairway in discesa che poi sale ripidamente verso un green elevato, circondato dai bunker del brand di Augusta. Il colpo di approccio verso il green con il campo che sale è tra i più difficili del tour: ogni sottovalutazione di distanza lascia la palla nel bunker frontale; ogni eccesso porta a un difficilissimo chip in discesa.

Jack Nicklaus ha imbucato sul 18 per chiudere la sua sesta vittoria al Masters nel 1986, il birdie che coronò una rimonta da leggenda nel giro finale. Tiger Woods ha chiuso qui la sua quarta vittoria al Masters nel 2005 con un campo verde primaverile così bello da far sembrare il tutto irreale. Sandy Lyle ha giocato probabilmente il più memorabile birdie par-4 finale di tutta la storia dei Major, estraendosi da un bunker laterale sul 18 per imbucarlo a una mano nel 1988.

Carnoustie: la 18 e il Barry Burn

Carnoustie, in Scozia, ospita uno dei finish più brutali del golf mondiale. La diciottesima è un par-4 di circa 499 metri che include il Barry Burn — un ruscello tortuoso che attraversa il fairway due volte prima di passare davanti al green. Nel 1999, Jean Van de Velde arrivò sulla 18 del giro finale dell'Open Championship con tre colpi di vantaggio. Gli bastava un sei. Quello che seguì — una sequenza di errori accumulati fino al triplo bogey, e poi la perdita allo spareggio — rimane il collasso più straziante della storia dei Major. Quella buca, quel ruscello, quell'acqua: la diciottesima di Carnoustie non perdona niente.

Per contrasto, Francesco Molinari ha percorso quella stessa buca con la disciplina e il sangue freddo che Carnoustie richiedeva nel 2018, vincendo l'Open Championship come primo italiano nella storia a vincere un Major.

Pebble Beach: la 18 sull'oceano

Il diciottesimo di Pebble Beach — par-5 di circa 543 metri — segue la linea della baia di Carmel per tutto il suo sviluppo. Il mare è a sinistra per l'intero secondo e terzo colpo, e il grande albero di cipress sulla destra del fairway è uno dei landmark più riconoscibili del golf mondiale. Jack Nicklaus aprì il suo celebre birdie-eagle sulla 18 all'US Open del 1972 che consolidò quella che fu forse la sua vittoria più dominante in un Major.

Tom Watson chiuse la sua vittoria all'US Open del 1982 — quella del chip impossibile sul 17 — proprio su questa buca. Tiger Woods vinse l'US Open del 2000 con quindici colpi di margine, e la 18 di Pebble Beach fu la scena di molti di quei colpi di grazia. Aprite la mappa per trovare i percorsi italiani con buche finali che scendono verso l'acqua o verso una vista panoramica che merita un ultimo colpo da ricordare.

Valderrama: la 18 e la Ryder Cup del 1997

La diciottesima di Valderrama, in Spagna — par-4 di circa 435 metri — è il green finale forse più drammatico della storia della Ryder Cup. Nel 1997, con la Ryder Cup appesa a un filo, i colpi di Seve Ballesteros e della squadra europea su questo green hanno regalato una delle settimane di golf di squadra più intense mai giocate. Il green stretto e protetto da bunker si trova in cima a una collina, e l'approccio con un medio ferro in condizioni di pressione assoluta è la prova finale di qualsiasi torneo qui giocato.

The Country Club, Brookline: la 18 e la rimonta del 1999

La diciottesima di The Country Club, a Brookline nel Massachusetts, è un par-4 di circa 451 metri che nel 1999 fu la scena di una delle rimonte più incredibili della storia della Ryder Cup. La squadra europea aveva un vantaggio apparentemente insormontabile la sera del sabato, ma la squadra americana vinse undici delle dodici singole della domenica in una sessione che gli americani ricordano come "The Miracle at Brookline". Justin Leonard imbucò un lungo putt sul 17, ma è la diciottesima che rimane il sigillo di quella giornata.

Le grandi buche finali condividono una caratteristica: costringono i giocatori a fare scelte, non solo colpi tecnici. E la storia del golf si scrive una scelta alla volta.